Hello World! I’m feeling lucky

Quando ero bambina volevo fare la scrittrice. Le mie amiche volevano fare le attrici, cantavano davanti a uno specchio, sfilavano sui tacchi a spillo della mamma. Io scrivevo pagine a pagine di grossi quaderni a righe. E sognavo il giorno in cui avrei visto il mio primo romanzo sugli scaffali della mia libreria preferita. Mi ricordo anche il titolo. E la copertina.

Da ragazzina, volevo fare la giornalista. Le mie amiche sognavano di incontrare il ragazzo dei loro sogni, un matrimonio tutto panna e pizzi, una famiglia felice come quelle della pubblicità. Io sfogliavo i giornali, immaginavo città sconosciute, carriere fulminee e magari un Pulitzer o due a cui stringere la mano. Prima che lo vincessi io. E l’uomo che avrei amato come minimo sarebbe stato un Nobel.

Ma poi la vita ti prende. Sta lì pronta a fregarti. E quando meno te lo aspetti ti ritrovi a fare ciò che mai avresti immaginato, mai avresti desiderato. Quando ero giovane e piena di speranze volevo fare l’antropologa. E studiavo per fare l’insegnante. Le mie amiche pensavano a laurearsi, a un posto fisso, una casa da arredare, una lista nozze perfetta per una vita tranquilla ma corretta. Io volevo viaggiare, andare in Australia, vivere da “osservatrice partecipante” in mezzo agli aborigeni. Dormire poco, cantare molto, ascoltare lingue antiche intorno a un fuoco. Indossare i panni della straniera e sentirmici a casa.

Adesso sono cresciuta. Un pochino. Forse non abbastanza. Sto iniziando a pensare di esser nata per fare la copywriter! Grazie al cielo, forse, nella più grande agenzia di idee del pianeta, non c’è ancora posto per me. Una vita non basta a contenere tutti i sogni di un essere umano. Forse sarebbe giusto sceglierne uno solo, come fanno tutti. E dedicarci il tempo e le energie che riesci a raccogliere. Ma questa vita è strana. Prima ti illude. Poi ti delude. E se ci credi abbastanza ti fa stare a un passo da ciò che avevi immaginato. Il resto è solo fortuna. Impegno. E resistenza.

Non sono ancora un’antropologa. Ma continuo a sentirmici dentro. E studio per diventarlo. Ho iniziato un dottorato e la mia ricerca riguarda l’uomo del Mediterraneo. Non vivo con gli aborigeni. Non sono mai stata in Australia. Ma l’uomo che amo sì. Lui in Australia ci è nato e tra gli aborigeni un po’ di tempo ci ha passato. Forse non avremo mai la famiglia soddisfatta e stanziale dei sogni delle mie amiche, ma per ora abbiamo i nostri, di sogni, che crescono e cambiano un po’ come bambini. Ed è in essi che crediamo. Non scrivo ancora per la Repubblica. Chissà se avrò mai un vero giornale da dirigere. Ma di articoli ne ho scritti. E nei prossimi mesi lavorerò in un ufficio stampa. Forse non sarà abbastanza per vincere un Pulitzer, per firmare lo scoop del secolo, né avrò l’autorevolezza di Vittorio Zucconi. Ma sarà abbastanza per non rinunciare a un sogno. E per sentirmi viva.

Adesso non crediate che almeno sono diventata una grande scrittrice. Ma ho questo blog. E qualche altro. E scrivo. Scrivo ogni secondo libero che mi resta. E se il tempo e gli impegni mi impongono di smettere per un po’, smetto di esser io, smetto di star bene. E mando a pezzi la mia vita. E chi si sforza di crederci ancora. Per questo da oggi riprendo la penna. Anzi, riapro il pc. E riparto da qui.

We are the web. Web is linking people. We’ll need to rethink a few things. We’ll need to rethink ourselves.

Now I start from me.

 

 

Web 2.0 … The Machine is Us/ing Us

Michael Wesch
Assistant Professor of Cultural Anthropology
Kansas State University

Hello World! I’m feeling luckyultima modifica: 2007-02-27T13:00:00+01:00da braineyeheart
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